Parlare della morte come inno alla vita e ancor più decifrare l’intricata ma affascinante età dell’adolescenza senza cadere nella retorica e nella paranoia, poteva riuscire solo a Vittorino Andreoli. Infatti, nell’Incontro con l’autore tenutosi al liceo scientifico G.B.Vico di Laterza, in due ore d’intenso dibattito, il noto psichiatra ha conversato con gli studenti soffermandosi su alcune riflessioni tratte dal suo ultimo libro “Dialoghi nel cimitero di Durness”, edito dalla Rizzoli.
Un romanzo affascinante che costruisce ed intreccia, fra fantasia e realtà, la storia d’amore di due adolescenti nel cimitero di Durness, nella lontana Scozia. Partendo proprio dall’evanescenza del luogo, appunto il cimitero, inteso come confine, o meglio, come punto d’incontro tra la vita e la morte, Andreoli, attraverso i protagonisti, Alastair e Mary, s’interroga sul grado di consapevolezza che gli adolescenti hanno della morte, domandandosi cosa significa “esserci rispetto al non esserci”, qual è il senso della vita, e, soprattutto, se la morte è veramente la negazione della vita stessa. Interrogativi non nuovi, ma che, secondo Andreoli, gli adolescenti vivono con pudica paura esorcizzando la morte con le sfide al limite della vita stessa.
Il professore, come se si rivolgesse ad ognuno dei ragazzi, ha affermato che “ non è possibile dare senso all’esserci senza pensare al limite del non esserci, perciò non è assolutamente azzardato insegnare cos’è la morte, anzi i docenti dovrebbero trattare l’argomento anche con un taglio epico-storico; al contrario, sarebbe preoccupante se si parlasse della vita in senso anomalo, perché parlare della morte significa parlare della vita! ”.A questo punto ha posto alla riflessione del numerosissimo pubblico, le cause di morte dei giovani, attribuite in prima istanza ai suicidi e poi agli incidenti stradali, di cui il 30% sono “suicidi mascherati”. Considerazioni sufficienti per affermare che “la morte insegna cos’è la vita, ed i morti, con il silenzio, danno significato e valore all’esistenza”. Per Andreoli bisogna sfatare il tabù della morte, infatti, nel romanzo la eleva a personaggio che si mescola nella realtà come nella scena dei dannati del Giudizio Universale nella cappella Sistina o nelle danze e nei rituali macabri di Halloween. Ha precisato, tuttavia, che il suo non vuol essere un discorso metafisico-teologico, ma reale e concreto, che ruota attorno all’adolescenza e alla ricerca del sé, e che purtroppo molte volte in tanti ragazzi diventa incoscienza. L’adolescenza, appunto, è l’altro tema trattato e sviluppato con le domande poste dagli alunni.
Il professore ha declinato l’adolescenza intesa come metamorfosi, cioè superamento della fanciullezza, cambiamento, distacco dalla famiglia, passaggio per iniziare il faticoso viaggio verso l’età adulta della vita. Con la saggezza dell’esperienza ma privo d’intenti moralistici, Andreoli ha invitato i giovani ad ancorare la propria identità alle radici della storia familiare e all’appartenenza del proprio territorio. Ha sostenuto che gli adolescenti oggi sono più difficili e “anche se pieni di oggetti sono più vuoti di sentimenti, più fragili”. Fragilità che può tradursi come punto di forza quando diventa ricerca dell’altro, bisogno d’amicizia, legame di sentimenti tra ragazzi, ossia “ricerca di appigli per crescere”. Nella crescita sono chiamati in causa i genitori che non ascoltano perché hanno sostituito al dialogo la televisione e gli insegnanti che “devono insegnare a vivere lasciandoli parlare”. Infine, alla domanda sulla fuga dalla realtà attraverso la fantasia, ha risposto che “la vita è una combinazione di realtà e fantasia: la realtà da sola è triste così come la fantasia soltanto è pura illusione. Occorre guardare la realtà concreta pensando al domani, con speranza!
Nell’adolescenza c’è bisogno di volare, non per scappare ma per colorarla!”
Un caloroso applauso e l’entusiasmo degli studenti hanno confermato l’interessante e piacevole incontro.
Dimenticavo: Vittorino Andreoli consiglia di leggere Dostoevskij!
Palma Martino
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