Gli adolescenti? Creature "fragili" che hanno tanta voglia di sognare e di amare. Oggi più che mai. Anzi, nonostante tutto.E per affermarlo basta una congiunzione: un "ma", al posto del più ovvio "se". Come nel titolo dell'ultimo libro di Federico Moccia "Scusa ma ti chiamo amore", dove il sentimento si afferma nonostante pregiudizi, divieti e la notevole differenza d'età tra i due personaggi, Niki e Alex.
Il perché lo ha spiegato lo stesso Moccia, ospite sabato pomeriggio dell'Incontro con l'autore del liceo scientifico G.B. Vico: "Il limite dei nostri sogni è il limite che noi diamo loro" - ha detto, citando e riadattando una frase celebre del film "Forrest Gump". E Moccia ha capito come fare a spostare in avanti quel limite che agli adolescenti piace "infrangere": "Non è un fenomeno che riguarda solo me, - afferma, spiegando le ragioni del suo successo - ma questo momento della nostra storia, in cui c'è una voglia d'amore e una voglia di sognare nascosti in mezzo a tante notizie negative che mettono in ombra i desideri. C'è una grande voglia di rosa, una voglia di non pensare negativo".
Un libro, quindi, può essere la strada più breve per arrivare dritto al cuore degli adolescenti: "La bellezza di un libro - dice Moccia - sta nel fatto che va a pescare in quello che si sta vivendo, in quel dolore che pensavi fosse solo tuo e che, invece, riguarda anche altri. Il libro è una compagnia, che ti dà la sensazione di non essere solo".
Coltivata nella solitudine dell'incontro tra scrittore e lettore, la passione per le storie e i personaggi di Moccia - Babi e Step prima e Alex e Niki dopo - si è trasformata in un vero rituale collettivo. L'incontro con l'autore, quindi, diventa confronto, emozionato e vibrante, con un maestro e un idolo. Più semplicemente un uomo, classe '63, che si sforza di parlare lo stesso linguaggio degli adolescenti. Che sa comunicare con loro, chiamandoli per nome, accogliendo le loro domande e curiosità, e rispondendo con tono sereno e sguardo attento. Scarpe da ginnastica, berretto blu (sopra un cuore rosso con le ali), giacca di jeans, battuta pronta e sorriso bonario, Moccia è innanzitutto un grande osservatore.
E lo capisci subito. "Come fa a conoscere i pensieri più profondi delle ragazze della nostra età?" - gli chiede Valentina, IIID. "E' la curiosità che mi spinge verso il mondo femminile, così diverso rispetto a quello maschile. - risponde - In mezzo alle donne, sorelle e zie, ho vissuto serenamente fin da piccolo, tranne quando loro giocavano con la Barbie. Hanno atteggiamenti diversi con cui raccontano molto di se stesse. E per descriverle osservo molto attentamente il loro mondo così intrigante".
Nei suoi libri, poi, trasferisce quella mimesi imparata dalle letture di Hernest Heningway: "Scrivi di ciò che conosci" - diceva il grande scrittore americano. E Moccia, infatti, scrive di Roma, dei ragazzi e delle ragazze che incontra in via del Corso e per i quartieri o i ristoranti che lui stesso frequenta. Oppure del famoso faro che ha visitato all'isola del Giglio. O più semplicemente di se stesso: "Ci sono tante cose autobiografiche nei miei personaggi - risponde a Maria Antonietta, IIID - ad esempio in Alex quel mio sentirmi un 'Bridget Jones' al maschile fino a quando mi sono sposato. A Step, invece, ho fatto rivivere delle mie avventure in chiave romanzesca".
Chi è presente in molte pagine dell'ultimo libro, poi, è il padre Giuseppe, quel "grande amico" cui è dedicato il libro, morto l'estate scorsa proprio durante la stesura di "Scusa ma ti chiamo amore": "Un evento del genere - riflette l'autore, sollecitato da una domanda della stessa dirigente scolastica Maria Alfonso - ti segna, ti fa sentire una responsabilità diversa, perché all'improvviso ti rendi conto che sei tu l'adulto di casa. Mio padre mi ha aiutato a non prendere con eccessiva importanza quello che mi è capitato, mi ha trasferito la sua serenità, ha avuto la capacità di ridere delle mie cose".
Realtà esterna e vita interiore, quindi, si incontrano in un intreccio che accende la fantasia e i sogni degli adolescenti. Ma cosa pensa veramente di loro? - gli chiede Carmen, IIIC: "Li vedo spaventati e fragili, devono imparare a ritrovare la qualità, ad essere pienamente se stessi. Quando si è giovani si pensa di poter fare quello che si vuole, invece, ci deve essere la giusta misura nelle cose e il coraggio di essere normali".
Eppure nella vita di Moccia di "normale" adesso c'è ben poco. Tanta la popolarità, tanta anche la responsabilità nei confronti dei suoi fans.
Può capitare, quindi, di ritrovarsi con un alter ego in cui ci si rispecchia fino ad un certo punto: "Sicuramente la presa in giro fa piacere, anzi è divertente - risponde a Stefania IIC, in merito alla parodia che di lui fa Fiorello ogni pomeriggio alla trasmissione di Radio2 Rai - lui è bravissimo, ma dà un'interpretazione di me molto buffa. insomma, non sono rimbambito!" - chiosa Moccia, rifacendo il verso alla stessa imitazione radiofonica.
Può capitare, però, anche di imbattersi in un Moccia "insolito", che offre un secondo livello di lettura del suo libro, in cui i personaggi leggono Jack London, Isabel Allende o Kahil Gibran: "Mi piacerebbe tantissimo che tornasse la moda di leggere, - confessa - mi ricordo di quando leggevo moltissimo da ragazzo e vorrei che anche i ragazzi di oggi lo facessero". E poi sulla responsabilità di uno scrittore cult tra i giovani afferma: "Posso trasferire loro dei valori, non imporli, penso però di poter essere utile a chi voglia incuriosirsi, ed essere di supporto per qualcuno in momenti di difficoltà".Il resto è "rito": una lunga fila di ragazze (pochi i maschietti) con l'ultimo libro, ma anche con i precedenti, in mano, pronti per la firma. E lui, sereno e disponibile, firma, parla con le sue fans, le abbraccia, sorride per l'ennesima foto. Ognuno poi porterà a casa un ricordo e una frase personalizzata sul frontespizio: un augurio, un consiglio "e un sorriso".
Anna Lisa Carrera
pubblicato su "Corriere del Giorno"
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