Il 30 novembre, alle ore 21:10, la Radiotelevisione Italiana ha trasmesso una delle “perle” televisive in programma per la stagione autunno-inverno di Rai 1: “Le vite degli altri”. “Das Leben der Anderen” (il titolo originale) è un film vincitore di numerosi premi, tra cui un Oscar, scritto e diretto dal tedesco Florian Henckel von Donnersmarck. Sono gli anni della Guerra Fredda e a fare da sfondo è una Germania costretta a scindere la propria identità nel nome di due ideologie contrastanti: quella liberale degli Stati Uniti (ad Ovest) e quella socialista dell’Unione Sovietica (ad Est). E’ appunto nel cuore dell’Europa, infatti, che sorgeva il simbolo universale di questo conflitto, la realizzazione materiale della cosiddetta “cortina di ferro” citata da Churchill: il muro di Berlino.
La vicenda si svolge a Berlino Est ed ha come protagonista il capitano Gerd Wiesler, un abile e irreprensibile agente della Stasi, la polizia di Stato che spia e controlla la vita dei cittadini della Germania Democratica. Un uomo crudele, votato alla causa comunista e all’apparenza incapace di provare sentimento alcuno se non l’imperturbabilità di fronte a qualsiasi orrore. Quando però gli viene affidato l’incarico di sorvegliare il drammaturgo Georg Dreyman, qualcosa di straordinario inizierà a muoversi nel suo animo sedato da una fede politica che, in quella sua attuazione, non ammette compassione nei confronti di nessuno. Pian piano, questa metamorfosi lo condurrà a compiere azioni inaspettate, a diventare complice della denuncia di un sistema di cui, solo poco prima, egli stesso rappresentava uno dei carnefici più meschini.
La trama si evolverà in maniera profonda tanto da svelare lentamente al protagonista e a noi il “glorioso dolore di essere uomo” di cui parlava Oriana Fallaci, la difficoltà di esistere in un mondo così complesso, incongruente, di trovare il proprio posto e sopravvivere nella terribile consapevolezza di essere soli.
Ma io vi ho ritrovato soprattutto l’ “angelo-bestia” descritto da Pascal, l’ ambiguità di ogni uomo di non essere né angelo né bestia, ma semplicemente entrambi. Questa è la straordinarietà del film… Perché non tutto dev’essere necessariamente o bianco o nero, perché non esistono realtà assolute e forse neanche “solitudini assolute”.
Guardate questo film fino alla fine, fino all’ultima scena e capirete.
Agata Capodiferro,
1^D.
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