Scrivere di musica non è mai stato facile per giornalisti e scrittori. Il problema sta nell’analizzare, scavando a fondo nelle radici delle culture che popolano i cinque continenti. Tutto però, si può riassumere semplicemente citando l’anno domini 1969,quando ormai la fiamma della beatlemania andava spegnendosi. Cos’altro avrà di tanto importante e perché lo si sente citare molto spesso quando si trattano argomenti inerenti la musica? Il perché lo si trova in una sola parola: Woodstock. Gran parte dei lettori avrà sentito parlare, magari senza approfondire l’argomento, di questo mega-evento “musicale e culturale” che diede uno scossone al mondo in quei tre giorni di “pace amore e musica”. Quattrocentomila circa, furono i fortunati che poterono partecipare a questo grandioso evento che ha caratterizzato il mondo della musica. E’ da allora che la voce dei giovani appassionati, ha iniziato a farsi sentire dai coni degli amplificatori.. L’inno U.S.A. straziato dalla Fender acida di Jimi Hendrix è l’esempio più lampante in quegli anni di contestazione all’America Nixoniana.
Oggi, dopo 40 anni riecheggia nell’aria quel caleidoscopico susseguirsi di note e distorsioni di chitarre elettriche, tanto che si è celebrato il quarantennale con libri, film, documentari e interviste d’epoca che aggiornano l’universo culturale, di chi, in quell’ agosto del ’69 ancora non c’era o di chi l’ha vissuto dall’altra parte del mondo.
Di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata tanta, tantissima. Si è perso il conto di quanti gruppi musicali da allora sono nati e si sono evoluti, ma è bastato così poco per far crescere la speranza dei giovani di poter fare qualcosa, di poter urlare la loro opinione da un microfono accompagnandola con una sei corde amplificata al massimo volume. Qualche anno dopo, infatti, nell’anno 1977 è esploso (no, non è un eufemismo) il punk, fenomeno (sub)culturale e musicale, anch’esso, che mostrò l’altra faccia della medaglia del rock, tutto quello che non era stato detto e fatto. Se Woodstock aveva rappresentato l’aggregazione e lo spirito libertario e soprattutto pacifico, di masse di giovani dediti al “Finché non fai del male a nessuno, fa' ciò che vuoi” per cambiare lo stato delle cose, il punk disgregò questi valori sostituendoli con il nichilismo assoluto. Tutto ciò fece rabbrividire i cultori del rock progressivo, amanti di gruppi
come Genesis, Pink Floyd (la t-shirt con su scritto “i hate pink floyd” indossata dal leader dei Sex Pistols parla da sola) e King Crimson tanto per citarne alcuni, mentre fece sogghignare gruppi come Who (My Generation il loro inno), Rolling Stones (con la loro reputazione di sporchi, brutti e cattivi) e il garage rock dei primi anni 60, poiché iniziarono a godersi i frutti della loro semina vedendo gruppi come Ramones, Sex Pistols e Clash infiammare le città. Bisognerà attendere qualche decennio per un riassestamento della situazione e assistere all’implosione del Grunge, verso la metà degli anni 80 quando formazioni di ragazzi socialmente (in)stabili, decisero di mettere a frutto gli insegnamenti dei Black Sabbath e degli Blue Öyster Cult e fondendo quindi, heavy metal, punk rock e hard rock per uscire dall’universo underground ed entrare a far parte della storia: alzi la mano chi non conosce i Nirvana e Kurt Cobain, immolato sull’altare del successo.
Siamo ormai giunti negli anni ’90, e così, in poco tempo il music business ha inghiottito i sogni di intere generazioni, manipolando e trasformando soggetti,eventi e soprattutto la nostra amata musica,comprimendoli fino a farli entrare in un I-Pod. Questo è il punto a cui siamo giunti,a parer mio assolutamente negativo poiché è andato perduto il valore della musica vero e proprio,quello tramandato dai suddetti gruppi, che sono da considerarsi vere e proprie icone della musica,di una musica senza tempo.
Virginia Pronzo IV A
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