Scrittura creativa: l'iperbole

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La cerimonia  d’apertura dell’anno scolastico era un rituale obbligato alla Blues Wimhster School: quando ritorno con la mente agli anni della mia giovinezza, e a quel giorno in particolare, la memoria gioca col ricordo di un tempo faceto in cui il mondo soleva svelarsi ai miei occhi di quindicenne sotto forma di specchio delle bizzarrie umane.

Quanto si consumava quel 31 settembre di ogni anno, infatti, non importa che cadesse di martedì, domenica, giovedì - o che non cadesse affatto - aveva dello straordinario oltre che dello sconvolgente; era il giorno in cui Mrs. Mary Straus, irreprensibile e dispotica preside dell’istituto, nonché vedova prossima alla pensione e, potenzialmente parlando, alla clausura, si impegnava a ripristinare qualcosa di lontanamente somigliante ai Giochi Saturnali di romana memoria: ogni membro del corpo docente era invitato a trasfigurarsi nell’esemplare-tipo di una specie animale a sua scelta e a razzolare in giro per le aule compiendo stravaganze di ogni sorta. Accadeva, tuttavia, che per una forma di personalissima interpretazione del compito assegnato loro, i docenti più entusiasti dessero vita a travestimenti alquanto opinabili: in quella fatidica data diventava possibile intercettare per aule e corridoi, a solo titolo di esempio, conigli mostruosi dalle orecchie elefantine, pronte a spiccare il volo alla prima occasione; giraffe dal collo così lungo e ferrigno da trivellare il soffitto in cemento armato della sala convegni; leoni dal ruggito così assordante da mettere in moto con la sola forza dei decibel la centrale nucleare più vicina nel raggio di cinque milioni di chilometri.

La singolare tradizione, destinata ad attingere per decenni la propria linfa esclusivamente dalle “dispense” di autoironia e pazienza dei professori - strategicamente situate nell’angolo del cuore dove risiede l’attenzione alla salvaguardia del proprio mestiere e del portafoglio - , esentava dal travestimento noi studenti, ai quali veniva comunque richiesto di presiedere alla cerimonia con il compito di domare le bestie più facinorose e consentire la libera espressione delle altre.

Uno scambio di ruoli di questa portata aveva un che di tragico per la gran parte dei nostri educatori, burattini mossi dalla schizofrenia e dalla smania di comando del loro superiore. Si verificava spesso, tuttavia, che alla chiusura dello spettacolo circense, taluni insegnanti - persino i più scettici - non paghi del semplice noleggio di zampe, code e organi dei più diversi, si impegnassero a barattare a tempo indeterminato sezioni del proprio corpo e del proprio encefalo con quelle della bestiola prescelta. Che lo facessero per puro spirito di alienazione o per ingraziarsi oltre misura il favore della dirigente, sono ragioni, queste, che nessuno volle mai  indagare. Purché Mrs. Mary Straus - sebbene per gli altri 354 giorni dell’anno sembrasse aver rimosso ogni ricordo del fatidico evento, incarnando la ruvida antipatia di un tronchetto dell’infelicità - quel 31 settembre fosse la prima ad aprire le danze nelle vesti di un gigantesco calabrone femmina. Protagonista discutibile di acrobazie aeree alquanto imprudenti, era solita inchiodare al suolo a suon di sbattute d’ali un numero imprecisato di comuni mortali: in momenti come quello avrei volentieri condannato Madre Natura per aver riservato ai calabroni - con particolare riferimento a chi tra loro riveste incarichi dirigenziali - la tenacia sufficiente e necessaria ad imparare a volare comunque, malgrado la sproporzione tra la massa del corpo e quella delle loro “piccole” ali.

 

Agata Capodiferro  2^D